antigone a scampiaTra passato e presente: racconto atemporale, senza tempo, in tutti i tempi. È “Antigone a Scampia”. Pubblicato nel 2014 dalla casa editrice Effigie, scritto da Serena Gaudino, musicologa, giornalista e scrittrice napoletana, questo libro è nato dai racconti delle donne di Scampia che avevano ascoltato il racconto di Antigone e della sua opposizione alla legge, nella tragedia omonima scritta dal drammaturgo ateniese Sofocle, nel V secolo a.C. L’iniziativa è nata per volontà dell’autrice stessa che, ispirandosi a ciò che precedentemente aveva fatto Simone Weil in Francia, ha narrato la maledetta storia della città di Tebe a un gruppo di circa cinquanta donne di Scampia, iniziando dalla vicenda di Antigone e poi andando a ritroso nel percorso mitico della saga di Cadmo e dei suoi discendenti.

Scampia è un quartiere della periferia settentrionale di Napoli, ad alto tasso di criminalità, spesso teatro di sanguinose guerre di camorra per il controllo di attività illegali come il traffico di droga. La tragedia greca narrava le vicende della stirpe tebana di Cadmo, straniero giunto dall’oriente fenicio, fino a Creonte, re della città all’epoca del contrasto con Antigone. Figlia del re di Tebe Edipo e della madre di lui, Giocasta, entrambi inconsapevoli del loro legame di sangue, Antigone era sorella di Eteocle e Polinice, i quali per spartirsi il trono, stipularono un patto che non fu rispettato. Polinice così raccolse un esercito e attaccò il fratello e i Tebani; negli scontri, tutti i guerrieri morirono.

Il nuovo re Creonte, zio di Antigone e dei fratelli, decise di dare degna sepoltura solamente ad Eteocle,  rappresentante ufficiale dello Stato: ma Antigone si oppose a questa decisione, cercando di seppellire anche Polinice, incurante del divieto. Sfidò la legge che per lei era ingiusta in quanto calpestava la legge del sangue, molto più forte e sacra. Così la legge statale la punì: il re diede ordine di rinchiudere viva Antigone in una caverna. Opponendosi al destino imposto da Creonte, di morire di fame e di sete, Antigone si impiccò e quando il re decise di liberare la ragazza e di dare degna sepoltura a Polinice, era ormai troppo tardi. Aprendo la caverna e ritrovando il cadavere di Antigone, suo figlio Emone, promesso sposo della ragazza, si uccise e, di conseguenza, anche sua moglie Euridice non volle sopravvivere al dolore più grande, la morte di un figlio.

Ma allora, cosa ci fa Antigone a Scampia? Ascoltando il racconto, le donne di Scampia sono rimaste affascinate. Nel mito, che racconta il contrasto eterno e attuale tra la legge dell’uomo, imposta anche se non giusta, e la legge della natura e degli affetti più profondi, pian piano, spontaneamente, hanno iniziato a riconoscerne le attinenze con la loro vita quotidiana. Immedesimandosi nell’eroina Antigone, hanno iniziato a raccontare le loro storie, ad interrogarsi sul senso profondo della scelta tra la legge dello Stato, che imporrebbe magari di far arrestare un figlio, e la legge del cuore. Infatti, come scriveva Simone Weil, “solo la grande poesia greca riesce a parlare al cuore delle persone, inducendole a riflettere sulla propria condizione di vita”.

E dunque lo scontro per cui avviene ciò è quello eterno tra leggi di Stato e le leggi di natura, del sangue, dei legami ancestrali e indistruttibili. Ed ecco che l’attualità della tragedia greca si avvicina alla cruda realtà di Scampia, si identifica con essa. Seguendo i racconti delle donne non è facile prendere posizione, scegliere da che parte stare. E’ una realtà complicata, che potrebbe sembrare lontana dalla nostra, ma che, anche grazie ad Antigone, parla un linguaggio sconvolgente e universale, vicino a noi tutti, molto più di quanto si pensi.

Annamaria Iovene e Giusy Nunziata   –   II B classico