Ebru Timtik: l’avvocatessa per i diritti umani vissuta e morta per la giustizia
27 agosto 2020. Una calda giornata di fine estate, in cui la gente cerca di godersi ancora gli ultimi attimi della bella stagione tanto attesa, all’insegna della tranquillità e dell’ordinarietà. Nessuno (o quasi) sa che in questa data, così vicina a noi, per l’ennesima volta la giustizia, la libertà e l’intera umanità hanno perso. Per comprendere il perché di un’affermazione tanto grave e allarmante, ci spostiamo nella Turchia di Erdogan, quella stessa Turchia che, nel 2018, aveva visto condannare il giornalista Husnu Mahalli per aver definito lo stesso presidente “dittatore”, negando di fatto la libertà di stampa, quella stessa Turchia in cui è ancora diffuso a macchia d’olio il matrimonio infantile, quella stessa Turchia in cui, dal 2016 ad oggi, più di 1500 avvocati di alcuni oppositori del regime di Erdogan sono stati arrestati con l’accusa di cospirazione contro le istituzioni. È proprio di uno di questi avvocati di cui parleremo oggi, ma di cui, lo stesso 27 agosto, le istituzioni turche hanno fatto di tutto affinché non si parlasse.
Si chiamava Ebru Timtik ed era impegnata nella difesa dei diritti umani, occupandosi di casi politicamente sensibili. Una scelta audace, se si pensa alla Turchia di cui abbiamo appena parlato. Una scelta che l’aveva portata a difendere, tra l’altro, la famiglia di Berkin Elvan, un adolescente morto per le ferite riportate durante la repressione delle proteste di Gezi Park nel 2013, e ad occuparsi anche di altri casi di clamore internazionale, come la morte per tortura dell’attivista per i diritti umani Engin Ceber e il disastro di Soma. Ma ciò che l’ha portata a una condanna di 13 anni e 6 mesi di carcere e poi alla morte lo stesso 27 agosto di quest’anno nefasto è stata la sua difesa dei militanti del Dhkp-C, ovvero il Fronte Rivoluzionario della liberazione popolare, partito politico considerato organizzazione terroristica dal governo turco. “Siccome difendi un sospetto terrorista, il governo ti considera un terrorista”, ha affermato Melike Polat, altro avvocato turco, che ha denunciato tutte le irregolarità del processo. Sì, perché in effetti una sentenza per Ebru era già stata data, e ordinava la liberazione di lei e di altri suoi colleghi. Eppure questa stessa sentenza poco dopo è stata annullata, e i giudici che ne avevano ordinato la liberazione sostituiti. I testimoni, provenienti dalle carceri e quindi altamente corruttibili, sono stati ascoltati in assenza della difesa. E a tutto questo Ebru Timtik non ci stava; aveva dedicato una vita a lottare per i diritti dell’uomo, e adesso si sentiva pronta a lottare per un suo diritto: quello a un nuovo processo, questa volta equo. È così che a gennaio di questo stesso anno ha avviato uno sciopero della fame, durato ben 238 giorni, e terminato con la morte per consunzione. Ma le violenze e le offese alla dignità umana continuano anche dopo la morte dell’avvocato. Il 28 agosto, giorno del suo funerale, centinaia di avvocati si sono riuniti davanti alla sede del loro ordine professionale a Istanbul. Avevano appuntato sulle loro vesti nere la sua foto. Lo stesso giorno il ritratto di Ebru era stato esposto sul fronte dell’edificio dell’ordine, in segno di commemorazione. Eppure, secondo i giornali del posto, la polizia locale ha sparato proiettili di gomma e gas lacrimogeni contro i presenti cercando, ancora una volta, il silenzio. Sì, “perché tutto va per il meglio”, e chi dice il contrario viene offeso, arrestato, ucciso. D’altra parte quello di Ebru non è certo il primo dei processi ingiusti che sono avvenuti e avvengono tuttora in Turchia, e non è stata certo l’unica a scioperare e morire per i propri diritti. Con lei, infatti, aveva preso la stessa decisione il collega Aytac Unsal, oggi in condizioni critiche, e prima di loro, alcuni membri del Grup Yorum, gruppo musicale turco, hanno subito la stessa tragica fine: cantando testi che portavano avanti una protesta nei confronti del governo e di Erdogan, hanno subito dapprima il divieto di fare concerti, per poi essere accusati di azioni terroristiche. In carcere hanno perso tre dei loro membri, morti di inedia. Ebru non è la prima vittima del governo dittatoriale turco e, ahimè, non sarà nemmeno l’ultima. Perché notizie del genere sono capaci di impressionarci nel breve termine, ma dopo un po’ ce ne dimentichiamo, e torniamo nel nostro piccolo mondo, nel nostro piccolo-grande egoismo, nel nostro silenzio. A lottare sono sempre gli stessi, pochi anche se determinati. E così la domanda sorge spontanea: “Cosa posso fare io, ragazzo italiano, per cambiare una situazione che riguarda in un Paese straniero?” La risposta viene da sé: cominciare a parlarne, scrivere, gridare è sicuramente un buon inizio. Io l’ho fatto, e tu cosa aspetti?

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