Bellezza o perfezione?
Con il termine elective surgery gli anglosassoni indicano tutti quegli interventi chirurgici non necessari in senso clinico di cui è il paziente a ravvisarne l’utilità. Si è ben lontani dalla chirurgia ricostruttiva o oncoplastica, il cui scopo è di aiutare chi ha subito traumi dovuti a incidenti stradali, incendi o malattie come i tumori. Le diverse finalità determinano una diversa funzione del ruolo del medico. Nella chirurgia estetica il normale rapporto tra medico e persona malata apparentemente si ribalta, trasformandosi in rapporto tra medico e persona sana ma forse psicologicamente fragile. È un business molto proficuo, grazie anche alle innovazioni tecnologiche e scientifiche che aprono al bisturi frontiere sempre nuove, e alla “democratizzazione” dei sistemi di pagamento, che permette a tutti di sostenerne i costi. Tuttavia, negli ultimi anni, i tassi elevatissimi di espansione di questa branca della chirurgia sono dovuti soprattutto al pressing biologico e sociale, oggi avvertito non solo dalle donne ma anche dagli uomini. Dal punto di vista biologico, la bellezza e la gioventù sono sinonimi di fertilità. In qualsiasi specie animale, quindi, l’avvenenza permette di attirare i partners migliori per dotare la propria prole delle caratteristiche genetiche più favorevoli al successo evolutivo. A livello sociale, poi, il richiamo biologico combinato con la friabilità delle relazioni affettive impone di contare su un’eterna desiderabilità.
Nell’ultimo anno, però, emergono due dati che dovrebbero indurre a qualche riflessione: il boom di interventi chirurgici nella fase post quarantena 2020 e la crescita esponenziale del numero di ragazzi, anche minorenni, che cedono al fascino del bisturi, delle iniezioni e dei peeling chimici.
Secondo uno studio condotto dall’American Society of Plastic Surgery, dopo il lockdown il 49% degli intervistati che non aveva mai effettuato nessun intervento di chirurgia plastica ha preferito investire i propri soldi in questo tipo di operazioni. Questi dati trovano un riscontro reale nel numero di interventi effettuati negli ambulatori di chirurgia estetica. Secondo il parere di alcuni esperti del settore la negazione del benessere e della cura di se stessi, conseguenti alle restrizioni degli ultimi mesi, ha accelerato il processo psicologico che precede la decisione di ricorrere alla chirurgia estetica, complice, anche, l’incertezza del futuro. C’ è poi da sottolineare un altro dato psicologico di rilievo: dopo un terremoto interiore c’è sempre una ricostruzione, pertanto il fatto di volersi vedere più belli è un modo per esorcizzare paure vecchie e nuove.
Il maggior tempo passato a casa sicuramene ha aumentato la permanenza, soprattutto dei giovani, sui social network, che giocano un ruolo fondamentale nell’accentuare la ricerca di una bellezza irraggiungibile. Già uno studio condotto, alcuni anni fa, dalla società italiana di medicina estetica su un campione di poco più di duemila ragazzi evidenziava che il 30% degli adolescenti vuole cambiare il proprio corpo con l’aiuto del chirurgo plastico, mentre il 49% ricorre a trattamenti estetici meno invasivi per migliorare il proprio aspetto. I selfie su Istagram, le stories su Facebook, i video su TikTok hanno generato modelli estetici artefatti e i giovani pur di assomigliare all’idolo di turno che spopola online, snaturano il proprio aspetto: non si accettano più e pensano che un viso ritoccato possa far acquisire maggiore fiducia in se stessi e nei rapporti con gli altri. Non è raro il fenomeno di giovanissimi che si rivolgono al chirurgo estetico mostrando prima selfie e autoscatti al naturale, e poi le stesse immagini ritoccate con i filtri e altri strumenti per mostrare come sono e come, invece, vorrebbero essere. È facile leggere attraverso questi comportamenti l’ansia di questi giovani di essere accettati soprattutto sui social.
Non a caso, nell’ambito degli studi sull’ansia, si è osservato che i pazienti che si rivolgono alla elective surgery sono più ansiosi della popolazione in generale. Accecati dai loro modelli, gli under 20 perdono la connessione con se stessi. Il boom della chirurgia diventa specchio di un disagio, fatto di insicurezze ed isolamento. I ragazzi sono i più esposti: è vietato essere brutti o avere qualche difetto. Indubbiamente la ricerca della bellezza è da sempre motivata dall’essere riconosciuti da gli altri in modo positivo: la bellezza è bisogno di approvazione e appartenenza. Il problema può sorgere quando si rincorre un ideale di bellezza irraggiungibile. Già l’arte greca stabilì nelle proprie sculture i canoni di bellezza, allo scopo non solo di ottenere l’armonia delle forme, ma anche l’equilibrio psicofisico. I canoni di bellezza si sono modificati nel tempo per l’evolversi dei costumi sociali, ma rimane valido il rapporto tra l’immagine del nostro corpo che la nostra mente elabora e il nostro modo di relazionarci con il mondo esterno. Ecco perché un parziale cambiamento dell’aspetto esteriore, ottenuto con un intervento di chirurgia estetica, produce una rielaborazione dell’immagine interiorizzata di se stessi e allo stesso tempo di quella proiettata all’esterno, incidendo a livello psicologico. Dunque la chirurgia estetica non è mossa dall’ambizione della perfezione ma a favorire un maggiore equilibrio con se stessi.
L’Organizzazione mondiale della sanità definisce la salute “uno stato completo di benessere fisico , mentale e sociale, che non consiste soltanto nell’assenza di malattia e infermità”. Gli interventi estetici, se compensazione di mancanze psicologiche o affettive senza difetti apparenti, motivati dalla paura di non piacere, di essere “ difettosi”, sono spia di un malessere psicologico, che nei casi più gravi sfocia nella dismorfofobia, cioè preoccupazione ossessiva per un difetto immaginario dell’aspetto esteriore.
La bellezza non si esaurisce nei canoni estetici dettati da mode o correnti di pensiero. Il concetto di bellezza si esprime attraverso l’armonia delle forme e delle proporzioni, e quindi dei pregi e dei difetti di una persona; armonia che supera il passaggio di mode e che esprime l’unicità dell’essere umano.

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