Il 26 febbraio 2023 ha avuto luogo quella che a noi tutti ormai è nota come “Strage di Cutro”. Le notizie su questo naufragio hanno sconvolto tutti, non solo per la gravità del fatto stesso e perché i migranti sono morti a pochi metri dalla riva, ma soprattutto perché poteva essere facilmente evitato e le vite delle vittime risparmiate. Giorno dopo giorno le notizie riguardanti l’accaduto stanno diventando più precise e stanno portando alla luce sempre più informazioni riguardanti quel fatidico giorno, raccontando le storie delle vittime e i sogni infranti di ragazzi come noi.

Ma cosa è successo davvero? Quello che sappiamo è che un’imbarcazione, avente a bordo circa 200 persone, è partita dalla Turchia verso il litorale calabrese qualche giorno prima del terribile incidente. Le autorità erano state avvertite durante la notte della presenza della barca ma nessuno è intervenuto, se non quando ormai era già troppo tardi per le vittime che, a causa della indifferenza altrui, hanno perso familiari o addirittura la loro vita. In verità, secondo alcuni superstiti, la barca su cui si trovavano i migranti si è schiantata contro una secca (tratto di fondale marino più basso rispetto al livello del mare) provocando la frattura dell’imbarcazione in due parti. Dopo una telefonata quasi incomprensibile da parte di alcuni sopravvissuti, che erano riusciti ad arrivare alla riva, alla Guardia di finanza di Vibo Valentia, si era capito, nonostante lo scarso livello di inglese, che qualcosa non andava ma, a causa delle informazioni frammentarie sono stati ostacolati eventuali tentativi di aiuto. Tuttavia è stato un pescatore che passava di lì ad individuare i resti della barca ormai distrutta e a segnalarla alle autorità.

Oltre alla strage in sé che resta un evento catastrofico per la sua serietà, non possiamo non tener conto della parte emotiva che coinvolge tutti i migranti sopravvissuti che hanno visto una o più persone care annegare davanti ai loro occhi fra quelle maledette acque. Non a caso sono molte le storie raccontate da coloro pervasi dal dolore di una perdita e da quel vuoto che non verrà forse mai colmato. Una fra queste ci è particolarmente vicina, tanto che riguarda un giovane afghano di 16 anni. Il ragazzo era in viaggio con la sorella ventottenne, che stava scappando dal suo paese a causa del ritorno al potere dei Talebani, non essendo lei disposta a sopportare una vita fatta di divieti e dolore. Il fratello ancora oggi la cerca e prova a convincersi che la sua amata sorella sia tra i 19 ricoverati all’ospedale, con la speranza che il suo nome sia stato trascritto in modo errato. Sono tanti, anzi troppi, i giovani che adesso si trovano a dover affrontare situazioni simili, di perdita, sconforto e tanta rabbia. I superstiti a questa assurda tragedia si trovano ora a dover vivere soli in un paese che non è il loro e senza supporto da parte di persone che potrebbero comprendere la loro sofferenza.

La strage di Cutro è stato dunque un evento che difficilmente verrà dimenticato e altrettanto difficilmente verranno dimenticate le inadeguate parole del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che mettono in evidenza la sua mancanza di empatia verso una situazione tanto tragica e verso le persone coinvolte. Qui riportiamo quanto detto: “La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli.” Forse, però, anziché giudicare persone sicuramente meno agiate di noi e le loro azioni, dovremmo un attimo fermarci a pensare e    a riflettere sulla loro disperazione e comprendere quanto essa possa essere tanto grande  da decidere di lasciare tutto ciò che  a loro è noto e di rischiare la propria vita e quella dei propri figli pur di assicurarsi un avvenire migliore. La verità è che non tutti hanno la fortuna di nascere in un Paese libero e agiato come il nostro e proprio per questo davanti ad una tale catastrofe dovremmo tutti aprire gli occhi sulla triste realtà ed essere disposti ad accogliere coloro che in questo momento e non solo ne hanno bisogno.