Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza sulla Terra e non titolo di gloria”.
Irena Sendler

Se la memoria salverà il futuro delle giovani generazioni, allora il ricordo di Irena Sendler, figura simbolo della Polonia occupata dai nazisti, deve entrare nella coscienza collettiva. La conoscenza apporta a giovani e giovanissimi un corredo di sapere e la capacità di lettura su cui fondare la speranza del futuro.
Eppure la storia di questa grande donna varca i confini polacchi solo nel 1999, anno in cui un insegnante americano, Norman Conard, fa mettere in scena dai suoi allievi del Kansas un’opera teatrale intitolata Life in a Jar – La vita in un barattolo. L’opera teatrale ha avuto oltre duecento repliche negli Stati Uniti e ha portato alla creazione della fondazione “Life in a Jar” che promuove la figura della Sendler.
Irena Sendler nasce a Varsavia nel 1910 da una famiglia di tradizione socialista. Fin da piccola trascorre molto tempo con i suoi coetanei di origine ebrea e a 5 anni è in grado di parlare yddish. Il padre è medico e fra i suoi pazienti ci sono molti ebrei poveri di cui si prende cura gratuitamente. Alla sua morte nel 1917, la comunità ebraica offre un sussidio alla famiglia in segno di gratitudine.
Una volta terminati gli studi, Irena ricopre il ruolo di infermiera e di assistente sociale. Quando scoppia la seconda guerra mondiale ha 29 anni e nella Polonia occupata inizia a collaborare con la resistenza polacca per salvare gli ebrei dalla persecuzione.
Nell’autunno del 1940, a Varsavia, viene recintato il ghetto, all’interno di cui quasi 400.000 ebrei sono trasferiti, in condizioni igieniche precarie, aggravate dalla mancanza di cibo e medicine. Si moltiplicano le epidemie e il tasso di mortalità è altissimo.
Grazie al suo ruolo di assistente sociale, Irena Sendler ottiene un permesso speciale che le consente di entrare nel ghetto per scovare eventuali casi di tifo. In realtà organizza una rete di soccorso procurando cibo, generi di conforto, vestiti. Quando è nel ghetto porta la stella di David, non solo per confondersi fra la folla, ma anche in segno di solidarietà.
Alla decisione dei nazisti di liquidare il ghetto, Irena Sendler propone alle famiglie di portare via con lei i loro figli, con qualunque sotterfugio a sua disposizione, per farli sopravvivere al genocidio.
Una volta fuori dal ghetto, ai bambini salvati fornisce documenti falsi con nomi cristiani, affidandoli a famiglie o strutture cristiane che si erano proposte di aiutarla in questa missione. Tutti i veri nomi dei bambini sono stati scritti in elenchi messi dentro barattoli di marmellata e seppelliti sotto un albero del suo giardino. Non è ancora noto esattamente quanti ne abbia salvati, ma si parla di circa 2.500.
Nonostante sia stata arrestata, brutalmente torturata per tre mesi e condannata a morte dalla Gestapo nel 1943, non ha mai rivelato il suo segreto. In seguito la Zegota, organizzazione clandestina che collaborava con la resistenza polacca, corrompendo un generale nazista con una grossa somma di denaro, riesce a salvarla dalla fucilazione. Da quel momento la sua vita cambia. Non può più entrare nel ghetto e deve necessariamente vivere in clandestinità, con il nome di Klara Dabrowska, perché ufficialmente è stata fucilata. Questo non le impedisce di continuare a collaborare con Zegota e aiutare gli ebrei, coordinando il salvataggio ancora di molti bambini.
Nel 1965 Irena Sendler viene riconosciuta tra i “Giusti tra le Nazioni” e nel 2007, un anno prima della sua morte, l’allora Presidente della Repubblica polacca ha proposto al senato di dichiararla eroe nazionale.
Irena Sendler è stata un’eroina e una vera madre, perché ha rimesso al mondo e ha dato una speranza di vita a bambini partoriti da altre donne. Ha avuto il coraggio di una madre perchè ciò che ai nostri occhi appare eccezionale per lei era solo un dovere morale. Per questo motivo la sua storia non è solo la storia della Polonia ma è la nostra storia.